Essere gay non è una ferita: lettera aperta in risposta all’intervista a Philippe Ariño

Intervista a Philippe Ariño

Intervista a Philippe Ariño

Recentemente ho letto l’intervista a Philippe Ariño, che dovreste leggere prima di proseguire con questo articolo, e improvvisamente non è più il 2014 ma è il 2002, più di 10 anni fa, quando, da cattolico praticante, cominciavo a prender coscienza di me e vivevo tutte le difficoltà che qualsiasi ragazzo di oggi, cattolico o no, giovane o meno, potrebbe sentire sulla propria pelle nel leggere lo stesso articolo. L’unica ferita che sento oggi non è quella provocata dalla mia omosessualità, come Philippe ci fa pensare, ma quella aperta dalle sue stesse parole che mi fanno tornare indietro con gli anni e immedesimarmi nei panni di chi oggi sta attraversando la stessa presa di coscienza.

Ho deciso di scrivere la mia risposta non a Philippe Ariño, perché a lui non ho nulla da dire se non il fatto che le sue parole potrebbero essere molto, molto pericolose se interpretate male. Bensì la mia risposta è indirizzata a Giovanni, pensando a lui come ad un ragazzo gay di 15 anni che forse frequenta una qualche comunità cattolica di quartiere, ma non necessariamente, e che si è ritrovato tra le mani questo articolo.

Il nome Giovanni ovviamente è inventato, anche se quel ragazzo è esistito davvero e ora rimpiango di non essergli stato vicino come forse avrei potuto.

[…]Perché Philippe non nasconde la propria omosessualità, ma la pone in una luce completamente diversa rispetto agli stereotipi che la proposta LGTB sbandiera.

Vedi Giovanni, la comunità LGTB non propone degli stereotipi ma cerca di abbatterli mostrando tutte le varie diversità presenti all’interno della stessa. Non esiste un modo di essere gay ma semplicemente un modo di essere te stesso. Il giornalista che ha scritto quella frase ancora si ostina a vedere solo uno stereotipo, il classico, il più banale come banale è l’affermazione stessa: l’uomo gay effeminato che elargisce ondeggiamenti di mano ad ogni parola pronunciata e la donna lesbica con i capelli rasati che si gratta gli attributi che non ha (quelli fisici, ovviamente). Che poi, se è così che ti senti di essere, ben venga!

[…]Per me l’omosessualità non è una vergogna, ma piuttosto costituisce una paura della differenza dei sessi: dice che non mi sono pienamente accettato e che ho paura della sessualità. Questa paura ha lasciato una ferita dentro di me, che sembra difficilmente modificabile.

Le differenze esistono tra i sessi così come all’interno dello stesso sesso. Dire che l’omosessualità costituisce una paura della differenza dei sessi è come dire che la cinofilia costituisce la paura dei gatti e del resto degli animali o che innamorarsi di qualcuno del tuo stesso colore della pelle costituisce la paura per le altre razze. Omosessualità è una parola e forse potrai riuscire a trovarci un significato che ti farà stare meglio o forse no. Non importa, perché quel significato lo troverai e ti sorprenderà sapere che si trova dentro di te e che ti dice che sei una persona prima di qualsiasi altra cosa e che non c’è nessuna ferita provocata dall’essere gay. Se è la luce di Dio che cerchi e che vuoi passi attraverso il tuo essere gay, ciò va bene e non ci devi rinunciare. Ma lascia che la luce passi attraverso il tuo cuore perché quella ferita, caro Giovanni, non esiste.

[…]Il Papa ha fatto un grande passo già ammettendo l’esistenza del desiderio omosessuale. Adesso però deve spiegare che non giustifica le pratiche omosessuali.

Sai cosa? Non perdere troppo tempo a cercare cosa sia quella “pratica omosessuale” di cui si parla qui. La fanno sembrare una procedura burocratica ministeriale, di quei gineprai in cui uno si infogna e non ne esce più, se non prima di essersi rivolto a quindici sportelli informativi diversi. Se il tuo cuore te lo suggerisce ed è quello che vuoi, scegli pure la strada della castità. Ciò deve essere però un modo per sentirti più vicino al dio in cui credi e non una via per espiare le tue colpe.  Amare e voler stare con la persona che ami non è una colpa. Rispetta tu per primo la tua dignità e la dignità di quel sentimento.

Bisogna ricordare in che cosa consista (consiste, ndr) il comportamento omosessuale. È un rifiuto della differenza dei sessi, mentre l’amore costituisce un’accoglienza delle differenze, quindi non si può dire che rifiutare la differenza dei sessi sia amore. Per amare bisogna riconoscere la diversità, non annullarla. L’atto omosessuale in sé è violento.

Quello che vorrei è che tu possa ricordare e tenere a mente soltanto questo: L’amore costituisce un’accoglienza delle differenze. Il resto puoi evitare di leggerlo.

L’amore costituisce un’accoglienza delle differenze. Qualsiasi altro da te è differenza e pensare che l’unica differenza accettabile sia quella tra due sessi equivale a racchiudere le moltitudini tutte della vita stessa in due insiemi e ad assegnare un 1 ed uno 0 ai membri di ciascun insieme. Codice binario, così si chiama e per quanto ciò funzioni solo con i computer, tante persone saranno sorprese nello scoprire che i loro computer funzionano alla perfezione anche quando due 0 o due 1 si trovano insieme nello stesso codice. Ma tu non sei un computer. Tu sei la differenza e la differenza la puoi fare.

C’è un’omofobia fatta di aggressione, di insulti, di violenza, ma è omofobia anche il coming out, perché è una caricatura, un atto di violenza nei confronti delle proprie pulsioni sessuali.

Si parla tanto di coming out, quasi fosse un obiettivo da dover raggiungere per far avanzare la barra sullo schermo fino al raggiungimento del Livello Completato. 10% – 30% – 70% – 100%! Complimenti, ora sei un vero gay! Il coming out, Giovanni, fallo con te stesso. Quando quello di livello sarà completato scoprirai che il coming out con la famiglia, gli amici e il resto del mondo consiste solo nell’essere in pace con se stessi e con quello che sei, senza averne vergogna né tanto meno paura!

La vera omofobia è rifiutare la differenza dei sessi da cui ciascuno di noi è nato. Nasce dall’atto omosessuale e si vede in tutti i contesti, sia nelle relazioni affettive che negli ambienti della prostituzione. Io non conosco aggressori di persone omosessuali che non siano omosessuali. Almeno 90 miei amici sono stati violentati. Il discorso mediatico ha banalizzato le problematiche dell’omosessualità. È semplicemente ridicolo.

Ora, se tu sei un volontario in un centro di assistenza per ragazze che hanno subito stupri, ovviamente potrai dire che la maggior parte delle ragazze che conosci sono state violentate. Ma non vuol dire che la maggior parte della popolazione femminile abbia subito una violenza. Con questo voglio dire che forse Philippe frequenta solo determinati ambienti, considerando anche il così alto numero di amici che ha (nel mio caso 90 non è neanche il numero totale di contatti su Facebook!)

La violenza principale è quella che permetterai agli altri di farti. Come permettere a qualcuno di convincerti che sei sbagliato, che quello che sei va portato come una ferita sul tuo corpo, una stigmate quasi, e che permettere a quell’amore di materializzarsi sarà sempre e solo un atto violento. Impara ciò che sei e quel che vuoi. Abbine rispetto e cura e sì Giovanni, impara a difenderti: mi spiace dirtelo ma ne avrai bisogno. La violenza allora non ci sarà a meno che non sia tu a permetterlo.

Giovanni, che tu sia un ragazzo o una ragazza, un adolescente, un ventenne o più in là con gli anni, che tu sia cattolico praticante, ateo o ebreo; caro Giovanni vorrei solo che tu ascoltassi questo: quello che sei non è una ferita. Non è violenza. Non è uno stereotipo né tanto meno paura dell’altro sesso. Quello che sei ha semplicemente un nome, uno e unico: il tuo.

Qualsiasi cosa gli altri possano dire, la felicità esiste ed esiste anche per te.

Boston Gay Pride, giugno 2014

Boston Gay Pride, giugno 2014

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