LONDON – Week 31 – Nomi cinesi e cene svedesi.

Vi mancavo, lo so.

Purtroppo la gestione del tempo non è mai stato il mio forte e Londra me ne sta facendo pagare le conseguenze. Ma imparerò, abbiamo tutti fiducia in me, no?

L’ultimo articolo risale a novembre e parlava di New Moon, quindi mi son detto: “Per cercare di recuperare qualche punto ora dovrei parlare di Dante, del Dolce Stil Novo o dell’influenza leopardiana sui giovani Italiani dal secondo dopoguerra all’era di facebook“, ma penso che non lo farò. Per la cronaca, non a caso ho nominato Leopardi: davanti casa mia c’e una siepe e un passerò vi si era posato sopra. Questi due elementi uniti, se pure tratti da due opere separate, non potevano che farmi pensare allo zio Giacomo.


Tornando a parlare di New Moon (opera letteraria nella quale sono sicuramente più ferrato), ho finito tutti e quattro i libri. La delusione è stata immensa. Ma non intendo spendere più parole in questo spazio che il World Wide Web mi mette a disposizione.

A dicembre scorso dssi a Ulysses, il mio ex padrone di casa greco (non è uno scherzo, è greco e si chiama Ulysses) che a febbraio me ne sarei andato. A gennaio ho cominciato a cercare casa ma senza dedicare il tempo necessario alla cosa. In due mesi avrò visto circa 5 o 6 appartamenti. A differenza di quello che dicono dei romani, il sottoscritto lavora e ha continuato a dare più importanza alle ore passate in ufficio. Alla fine, dopo una lunga trattativa dalla quale non so neanche io come ho fatto ad uscire visto che non tratto neanche con i tizi sulla spiaggia, mi sono trasferito nella mia nuova casetta il 25 febbraio, giorno esatto in cui avrei dovuto lasciare quella vecchia. Natalia mi ha aiutato con il trasloco e devo dire che ne siamo usciti vincitori, senza rompere neanche un bicchiere (ne ho rotti successivamente due lavandoli. Ora non li lavo più). La mia nuova casetta, che ora finalmente sento tale per la prima volta da quando mi sono trasferito a Londra, si trova a Battersea, a sud del fiume ma di fronte a Chelsea. Stando seduto sul divano dalla finestra, oltre alla siepe di cui prima, riesco a vedere il campanile della chiesa che mi dice che ore sono, sulla cima un galletto che segna la direzione del vento. Non so, ma tutto ciò mi rimanda ad immagini di cittadine rurali americane di inizio ‘900… sono sicuro che da qualche parte esiste un’eroina dei cartoni animati che guardava l’ora sul campanile della chiesa. Pollyanna forse?

Battersea Park è a due passi e tutte le mattine ci passo per andare a lavorare. Poi attraverso Albert Bridge che al momento è chiuso al traffico per lavori ed entro nalla posh Chelsea, con le Maserati, Jaguar a Ferrari parcheggiate per le sue vie. Ora voglio dire: chi si compra una Ferrari e la lascia parcheggiata per la strada neanche fosse una Fiat Duna?
Probabilmente sono logiche che non posso capire e quindi ogni mattina vado oltre e non mi curo di loro. In ogni caso l’altra mattina ho trovato una 500 con la guida a destra. Allego foto.
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Ebbene sì amici di Internet e voi pochi che leggete il mio blog: posso andare al lavoro a piedi. A 10 anni dal mio ingresso nel mondo del lavoro, dopo KM macinati sul GRA, ore passate nel traffico, a cercare un parcheggio, a pagare multe perché il parcheggio non c’era e la macchina era stata lasciata su un albero, e dopo la puzza che mi sono respirato per anni sulla metro A di Roma, finalmente posso andare a lavorare a piedi! 20 minuti (30 se mi fermo a giocare nel parco con gli scoiattoli come la Pollyanna di cui prima). Tutto ciò non ha prezzo. Mi ricordo che quando mi sono trasferito qui tutti i miei colleghi cercavano casa come me e la loro prima regola era “walking distance from the office”. Abbastanza vicino all’ufficio da poter raggiungerlo a piedi. Io invece facevo lo sborone romano e raccontavo che ero abituato a circa 1 ora e 30 minuti di viaggio ogni mattina, al freddo e al gelo, sfidando la morte e le intemperie, che in parte è vero ma mi sembravo mio nonno quando avevo 8 anni e mi raccontava che alla mia età per andare a scuola percorreva 15 KM a piedi nella neve (probabilmente a piedi nudi perché se no non ha senso), per strade non battute e affrontando lupi giganti che gli si paravano contro tirando loro dei sassi. Lo credo poverino che si è fermato alla terza elementare. Ora non faccio più lo sborone, mi sto zitto e devo ammettere di essere entrato nel club dei colleghi svedesi-americani che vanno in ufficio a piedi la mattina. Anzi, sapete cosa: ho in programma di acquistare dei nuovi roller blade per andare a lavorare! Qui tutti corrono o vanno in bici. Io vado con i pattini, magari attaccato dietro ad un pick-up come Marty McFly in Ritorno al Futuro. Qui a Londra lo posso fare, le strade lo permettono (almeno a Chelsea, altrimenti le Ferrari non potrebbero circolare). Ve lo immaginate pattinare a Torre Angela su via del Torraccio attaccato dietro allo 053?? Verrei subito inghiottito da una voragine.

Ecco, parliamo della gente che corre. Qui tutti corrono e se non corrono vanno in bicicletta, come già discusso in uno dei miei primi articoli. Non nascondo che sono sicuramente più avvantaggiati rispetto all’Italia: ci sono piste ciclabili, molte aziende hanno dei programmi di rimborso se acquisti una bici (compresa la mia, forse ne dovrei approfittare) e quasi sempre c’è la doccia in ufficio così i tuoi rapporti sociali non verranno intaccati dal puzzo di sudore. OK, ci sta tutto, ma datevi una calmata. Relax, calm down, take it easy. Tutti corrono, e se non corrono la mattina prima di andare al lavoro allora corrono in pausa pranzo.

Cosa?? Corri in pausa pranzo?? Anna, il mio capo, tanto caruccia, ancora ci prova a chiedermelo quando va e io ogni volta le faccio notare che il nome è LUNCH BREAK, pausa pranzo appunto. Se fosse una pausa intesa per correre si chiamerebbe RUN BREAK, pausa corsa. Lei ride uno dei suoi sorrisi solari, mi dice che sono funny e corre via. La vedo correre con la lunga coda di capelli biondi che ondeggia e mi chiedo “ma forse sarò io lo strano? La bicicletta me la rimborsano, mi offrono una convenzione con la palestra che si trova esattamente di fronte al lavoro e vivo a 20 minuti a piedi da qui…. Sarò mica un po’ pigro?”.

Ci penso
……
Naaaa, ma si sta tanto bene così! Ora che mi compro i pattini tutto sarà diverso.

Rapporti sociali. Nessun problema da quel punto di vista. Viva le diversità culturali! Non so cosa ci possa essere di più arricchente che lavorare in un open space condiviso con: americani, inglesei, svedesi, spagnoli, australiani, svizzeri, russi, francesi e cinesi. I cinesi!!! Che belli i cinesi, sto cominciando ad adorarli! Ogni giorno Jessie, la mia collega cinese che mi siede vicino, si prepara degli infusi strani nei quali mette petali di non so quale fiore. La vedo scrivere sulla tastiera in cinese e poi in inglese e io sono estasiato. Ovviamente la figura del burino non poteva mancare anche con lei. Un giorno le dico “Jessie non è un tipico nome cinese…. In realtà ho notato che tutti i cinesi che lavorano in azienda in realtà hanno dei nomi occidentali… come mai”.
E lei mi fa “Paolo, quelli ovviamente non sono i nostri veri nomi”
“A no?” dico io
“No, i nostri nomi sarebbero troppo difficili da pronunciare quindi in Cina quando entriamo a far parte di una grande multinazionale cambiamo nome, ne scegliamo un altro”

Io ero stupefatto. Gli ingranaggi della mia testa andavano a mille. Cioè, questi cambiano nome come pare a loro! Oggi lavoro in Vodafone e mi chiamo Rupert, domani lavoro in TIM e mi faccio chiamare…. Ma, vediamo…. Bruce! Voglio cambiare nome anch’io, non è giusto che solo i cinesi di godano il divertimento! Alla fine ho scoperto che Jessie non si chiama Jessie ma si chiama Ye, che ovviamente non si pronuncia “iè” ma si pronuncia con delle inflessioni e dei movimenti della lingua, dell’ugola e della carotide (qualora sia coinvolta in tutto ciò) che la nostra conformazione anatomica da occidentali non ci permette.

Parlando di nomi, Jonathan ha cominciato a chiamarmi P, il che è molto diffuso nei paesi anglo-americani. Non intendo essere chiamati P, ma intendo abbreviare i nomi a volte fino a lasciare solo l’iniziale. Io ovviamente mi sono unito anche a questo di club e ora lavoro con Jess (Jessica), J (Jonathan), Fi (Fiona) Betta (Elisabet, che guarda caso è svedese e in Svezia Betta è l’abbreviazione di Elisabet. Tutto il mondo è paese) e la cara Anna, che tanto ama l’Italia, viene da me chiamata Lella. Lei mi ride i suoi sorrisi solari e mi dice che sono funny. Proprio lei qualche settimana fa mi ha invitato a casa sua per una cena svedese con il suo ragazzo, un altro collega spagnolo-svizzero (si potrà dire spagno-svizzero?) e una sua amica, svedese pure lei, con il marito australiano. Serata molto interessante devo dire, con una cena a base di verdure (verdure di tuti i tipi, un esplosione di verde sulla tavola) e del salmone. Finito il pasto sentivo come una strana sintonia con l’ambiente e la natura, tipo un puffo nella sua casa a forma di fungo. Non mi sembra di aver visto colori e ascoltato suoni in maniera distorta, ma sono sicuro che Anna abbia usato qualche forma strana di vegetale svedese a noi sconosciuto per la sua cena. La serata è andata avanti parlando delle cose più svariate e l’australiano che faceva battute sul nostro presidente del consiglio, sul modo in cui gli italiani guidano, sulla mafia ed è arrivato anche a chiedermi, parlando dei motociclisti a londra, se in Italia mettiamo il casco. “No, lo diamo in faccia ai turisti australiani” gli ho detto.

Ovviamente è uscito il discorso calcio e visto che le uniche due donne si erano ritirate a parlare probabilmente del ciclo mestruale in Svezia nella stagione invernale, non ho potuto fare a meno che rimanere e farfugliare qualcosa, il che risulta molto difficile se uno (lo spagno-svizzero) è patito di calcio più di mio padre e l’altro (Neil, come il tizio cattivo di Candy-Candy) lavora per il corrispettivo inglese della Snai italiana. Fortunatamente il discorso è andato sugli utlimi mondiali di calcio, dei quali almeno le partite italiane ho seguito. Forse non tutte visto che il simpaticone australiano mi fa “L’italia non è che abbia giocato una gran bella partita contro l’Australia durante gli ultimi mondiali”, ammicca portando il bicchiere di vino alla bocca.
A questo punto come spessissimo capita nella mia vita mi vedo catapultato in una puntata di Ally McBeal quando nella sua mente vede dei probabili film su quello che le sta succedendo. I tre possibili film nella mie testa mi vedevano rispondere come segue:
1- Australia? Ma perché, l’Australia partecipa ai mondiali di calcio?
2- Famose a capì: vieni da un paese di cui è stata scoperta l’esistenza solo nel 1606 ma non è stato colonizzato fino al 1776, probabilmente sei nato dal rapporto tra un aborigeno e un koala e ti permetti anche di rivolgermi la parola? Mi passeresti il sale?
3- Why don’t you shut the fuck up while I slam your face just to make some noise? Ovvero: perché non chiudi quella cazzo di bocca mentre ti prendo a schiaffi solo per il gusto di fare un po’ di rumore? Me l’ha insegnata Mark da poco e non vedo l’ora di riusarla.
Ovviamente nessuna delle tre opzioni si è avverata e l’unica cosa che mi sono limitato a dire è stata “Ah davvero? Non so, ho visto solo le partite più importanti del campionato”. Risposta comunque carica di sarcasmo inglese che il koala avrà sicuramente compreso. Successivamente mi sono informato con Antonio, che al momento è il maggiore esperto di calcio che conosco qui nel Regno Unito e ha confermato la teoria del Koala, mostrandomi anche dei filmati su YouTube a corredo e supporto di quanto stava affermando. Comunque abbiamo vinto, no? Quindi zitto e rosica e continua a mangiare le tue foglie di eucalipto. Georgie, Abel e Arthur non erano mica così stronzi!

Anna direbbe “Paolo, you’re so funny!”

La radio sta passando Highway to hell degli AC/DC. Da urlare sotto la doccia, vado prima che finisca.

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