Lavoro nuovo, vecchie sfide e amori che si rinnovano oltre Manica

Con l’inizio del nuovo lavoro posso dire di aver ufficialmente ripreso la routine giornaliera su questo lato dell’oceano (il lato quello vecchio). Ecco una manciata di pensieri sparsi per riprendere un po’ le fila della vita da impiegato Oltre Manica.

  1. Le tastiere non hanno le vocali accentate. Non ho una tastiera italiana e quando scrivo in lingua madre sono costretto a dover usare un apostrofo alla fine di cosi’, perche’ e te’, il che smuove pericolosamente tutti i miei disturbi ossessivi-compulsivi. Uno di questi giorni mi troveranno steso per terra, rigagnolo di saliva all’angolo della bocca, mentre mi picchio la testa con la mano aperta.
  2. Andrea Zuckerman

    Andrea Zuckerman – fonte 

    Vestirsi per l’ufficio, o meglio: certe cose non cambieranno mai. Anche sta volta non manca quel personaggio presente sia a sud che a nord della Manica come un’ubiqua figura mitologica fatta uomo, protettrice dei millenari segreti del sapersi vestir bene (e io sono la prova che né essere italiano né essere gay aiuta). E mentre la osservi di nascosto volteggiare per l’ufficio come un Nazgûl che si muove con la leggiadria di Carla Fracci, combatti l’istinto di fare paragoni perché sai che se cominci la conclusione sarebbe solo una: quello sembra la rappresentazione in 3D di una cazzo di copertina di GQ mentre tu ti senti Andrea Zuckerman, ma quella della prima serie di 90210.

  3. Mia madre faceva bene a mettermi la camicia nelle mutande quando ero bimbo. Il Signore dello Stile che si aggira nei luoghi di lavoro indossa sempre completi che funzionano come la tuta di Spider-Man; l’ultimo film di Spider-Man però, non il primo con Tobey Maguire che aveva le righine nere in rilievo. Mi riferisco a quella costruita da Tony Stark e che si adatta all’istante alla corporatura di chi la indossa. Ecco, i vestiti di questo individuo sono perfetti perfino nelle grinze che fanno quando si siede, mai una di troppo, sia pure che improvvisi una serie di rovesciate con doppio carpiato finale per sgranchirsi la schiena. A me basta piegare l’alluce sinistro per riattivare un minimo di circolazione e la camicia mi fa effetto elastico che viene rilasciato, ritrovandomi il bordo nel colletto.
  4. I piccoli dettagli che fanno la differenza. Come la pochette che gli esce dal taschino della giacca, ovviamente in tinta pure con le mutande del vicino di scrivania, perché non si sa mai. Uno di questi giorni gliela devo tirar fuori perché sono sicuro che Tony Stark gliel’ha costruita con il materiale avanzato dal vestito, poi omaggiata extra fattura. La mia sembrerebbe il fazzoletto da naso che nonna nascondeva nella manica della vestaglia e poi usava per soffiare pure il mio naso. A me a volte faceva un po’ schifo, lo devo ammettere. Pace all’anima comunque. 
  5. La leggenda vuole che i capelli di questi figuri siano stati scolpiti nello stesso
    Action Man

    Action Man – fonte 

    materiale plastichino utilizzato per i capelli di Big Jim e successivamente Action Man. I loro capi sono avvolti in una forza gravitazionale alternativa che sembra convogliare la chioma verso il centro, eppure lasciandola all’apparenza scapigliata ma sempre seguendo una logica ben precisa, seconda in importanza solo al disegno che l’Universo ha per ognuno di noi. La stessa forza agisce anche sui loro ormoni che regolano la crescita della peluria facciale, risultando in una barba sempre uguale dal lunedì al venerdì – definita al millimetro col goniometro, quello che io alle medie usavo come bacchetta magica quando giocavo a fare Evelyn.

    Evelyn e La Magia di un Sogno d’Amore – fonte

  6. Phase-out, o meglio: Assentarsi per qualche minuto con la mente lasciando il corpo dov’è facendo credere all’interlocutore che stai seguendo con la massima attenzione. È dai tempi delle scuole (elementari) che io ho questi momenti di assenza totale durante i quali mi faccio dei veri e propri viaggi astrali, degli OBE (Out of the Body Experience) come direbbe la signora Famoso Jole. Fortunatamente quando Gesù s’è reso conto del danno ha compensato con un’innata capacità di improvvisazione. Quindi nessuno si accorge di nulla, tranne io che dopo i trip nelle dimensioni parallele della mia mente mi ritrovo impicciato come gli auricolari che avete in borsa. Succedeva in quarta elementare quando la maestra Mirella spiegava l’industria metalmeccanica e la produzione della barbabietola da zucchero del Friuli Venezia Giulia; succedeva in quinto superiore quando il prof La Manna ci spiegava la partita doppia. Poi ancora durante il mio primo lavoro in call centre, quando i clienti impiegavano tutti i 190 secondi concessi per ogni telefonata solo per chiedermi il numero del centro servizi per inviare gli SMS e andava a finire che io spiegavo loro come arrivare a Manziana evitando il traffico di Viterbo. Boh?
  7. Il pranzo in gruppo alle 12. Con la scusa che mi porto il pranzo da casa, finora sono riuscito ad evitare quella che per me sarebbe più una seconda colazione. Sia io che la collega spagnola concordiamo sul fatto che pranzare a mezzogiorno è sbagliato quasi quanto mangiare crostacei o giacere con persone dello stesso sesso (Levitico, 11:9-12 e 18:1-30). L’obiettivo è cercare di convertirli ad un orario che non interferisca con la digestione della cena, allora poi mi unirò a loro. Tanto alle brutte, se la conversazione si fa pesante, posso sempre ricorrere al mio super potere. Forse non avrò la tuta attillata costruita da Tony Stark, ma in compenso sono stato benedetto con la maledizione del phase out.

Il mese scorso ha marcato il mio ottavo anno oltre Manica, e certe cose non cambiano mai. L’isola ti accoglie, ti ingloba, ti rigurgita, ti pomicia, ti prende a calci ma poi sa sempre far pace con te ogni volta che il 419 fa il tratto lungo il fiume al tramonto, il cielo è rosso, il sole è grande e quel piccolo momento è il phase out migliore che ti possa succedere.

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