Lettera aperta alle lettere aperte al ministro Kyenge

Quella che segue è la storia di due persone che chiameremo Paula e Max. Queste due persone esistono davvero: Paula, che nella vita reale ha un altro nome, è una mia collega di lavoro. Max è un mio conoscente. Anche lui nella vita reale ha un altro nome. Paula e Max non si conoscono né probabilmente si incontreranno mai, eppure hanno qualcosa in comune: una legge italiana, di cui uno dei due ne giova, l’altro ne è vittima.

Paula è nata in Brasile circa 30 anni fa ma ora vive e lavora a Londra; Max è nato in Italia, dove vive, e ha circa 17 anni.

Paula è cresciuta e ha studiato a São Paulo, è ovviamente madrelingua brasiliana ma parla molto bene l’inglese e sa dire qualche parola in italiano: buongiorno, buonasera, come stai, pizza e pasta. Max è cresciuto a Roma, studia in un Istituto Tecnico della capitale, è madrelingua italiana e lo parla con un marcato accento romano della periferia sud della città.

Durante gli anni di scuola, Paula ha studiato la storia, le origini e le tradizioni del suo Paese natio, dove è vissuta fino a 28 anni. Non c’è altra cultura di cui lei si senta pienamente parte se non quella brasiliana. Max va ancora a scuola e sin da bambino ha sempre studiato solo la storia, le origini e le tradizioni dell’Italia, il paese dove è nato. Come il resto dei suoi coetanei, Max pensa solo a divertirsi con i suoi amici e ancora non si è mai posto il problema di altre culture se non la sua, quella italiana e l’unica che abbia mai conosciuto.

I genitori di Paula sono entrambi nati e cresciuti in Brasile, così come sua figlia, suo marito e il resto della sua famiglia più stretta. I genitori di Max sono invece nati in Egitto ed immigrati in Italia prima che egli nascesse.

Anche Paula ha una storia di immigrati nella sua famiglia: suo nonno, italiano che si trasferì in Brasile nel 1950, dove trovò fortuna in mezzo a tante difficoltà ma dove rimase fino alla fine dei suoi giorni.

Paula è anche italiana, Max no. Grazie al suo nonno italiano, che purtroppo non ebbe mai la fortuna di conoscere, oggi Paula possiede la cittadinanza italiana e un regolare passaporto emesso da un paese che, nonostante lei abbia visitato solo tre volte per vacanza e nonostante vi si parli una lingua che lei non conosce, le permette di vivere, lavorare e studiare legalmente in Italia così come nel resto della Comunità Europea. Tutto quello che Paula ha dovuto fare è stato avanzare una regolare richiesta presso l’ambasciata italiana in Brasile e aspettare i normali tempi burocratici: circa quattro mesi in tutto. Il passaporto italiano per Paula è stato la chiave d’accesso all’Europa, che ovviamente ha deciso di sfruttare in un Paese come il Regno Unito anziché affrontare la crisi italiana.

Max dovrà ancora aspettare qualche anno prima di poter, forse, ottenere la cittadinanza del Paese dove è nato, cresciuto e che non ha mai lasciato neanche per vacanza. Max, tutt’oggi, risulta essere cittadino Egiziano, un paese che invece non ha mai visto e di cui non parla la lingua, se non qualche parola di arabo. Proprio come Paula con l’Italiano.

Forse non tanto in Italia ma in Paesi come il Regno Unito, uno dei pochi rimasti in Europa dove la crisi ancora non si sente come si sente altrove, ci sono molte Paula: per la maggior parte cittadini del sud America o degli Stati Uniti, che in passato hanno visto una grande ondata di immigrati Italiani, che grazie ad un nonno di cui forse ricordano a malapena la faccia hanno ottenuto la cittadinanza di un Paese di cui non sanno neanche dire la differenza tra Puglia e Val d’Aosta (testato personalmente) e che permette loro di aver un passe-partout per l’Europa da spendere in quei Paesi della Comunità dove ovviamente ora si sta meglio, non in Italia.

Allo stesso modo, nel nostro Paese ci sono tanti Max: ragazzi più o meno giovani, figli di immigrati ma nati e cresciuti in Italia e che forse conoscono la lingua e la storia italiane meglio di chi invece si vanta di avere avi italiani da mille generazioni.

Vorrei rivolgermi a chi lancia le banane (nonostante la crisi, le banane costano!) e a tutti quelli che nei mesi scorsi hanno scritto al ministro Kyenge facendole notare che lo Ius Soli non può esistere e che lo Ius Sanguinis è inalienabile per il semplice fatto che loro sono italiani perché i loro avi sono stati “gli Imperatori e i Cesari di Roma caput Mundi, i Marco Polo e  i Cristoforo Colombo , i Macchiavelli e i Galilei,  i Leonardo, i Michelangelo, I Raffaello Sanzio, i  Verdi, i Rossini, i Marconi , i Manzoni, i D’Annunzio, il Pellico, Giuseppe Garibaldi, San Francesco, San Pio di Pietralcina”, e perché nel loro sangue ci sono “un po’ di cromosomi di  questi signori che per 90 generazioni prima di me, hanno contribuito a fare dell’Italia quel grande Paese che io amo più della mia stessa Vita!” Addirittura? Vorrei far presente a questa gente che è vero, hanno ragione: a volte gli avi la fanno la differenza, anche quelli che non abbiamo mai visto né conosciuto. Sono questi che ci permettono di essere Italiani, di appartenere alla cultura del nostro Paese e poter godere di tutti i benefici che lo Ius Sanguinis ha da offrire (come vivere legalmente a Londra, che si fotta l’Italia).

Gli avi, non l’essere nato, cresciuto, l’aver studiato e vivere ogni giorno nel nostro Paese.

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