La mia avventura americana – prima parte

Tra marzo 2011 e maggio 2012 ho visitato gli Stati Uniti sei volte, otto se si considerano le due volte precedenti. Sin dal mio primo viaggio 12 anni fa mi sono sempre ripromesso di scrivere le mie impressioni sull’America e sugli americani e mi ci è voluto tutto questo tempo per decidermi a farlo. A maggio scorso, mentre sedevo su un treno in viaggio da Boston a New York, cominciai a farlo.

Come sempre succede quando mi capita di brandire selvaggiamente una penna (o una tastiera), finisco per scrivere delle bibbie di roba, che nessuno leggerà mai. Per rendere le cose un po’ più semplici ai miei (inesistenti) lettori, ho deciso di dividere questo racconto dostoyevskyano in due. Nonostante ciò, mi rendo conto che potrebbe essere troppo lungo comunque da leggere. Per non rischiare di dividerlo in ulteriori parti e ritrovarmi con una soap-opera tipo Dallas, ho deciso di lasciarlo così com’è. Buona lettura.

La prima volta che misi piede su suolo Americano avevo 21 anni ed era il 2000. Il 22 giugno. Era anche la seconda volta che viaggiavo in aereo (la prima era stata per una gita di classe a Parigi durante il quinto superiore), quindi non proprio un viaggiatore esperto. Ma se è vero che prma di arrivare all’esperienza su campo uno deve passare anni a studiare sui libri per guadagnarsi i “pezzi di carta” che servono, allora io arrivai a quel giorno con una laurea da 110 e lode più bacio accademico e anche un Master a Harvard, dai. Tutto in proporzione, ovviamente.

Negli anni che precedettero quella data ebbi fin troppo tempo da spendere ad immaginare quell’esperienza, a partire proprio dalla partenza da Fiumicino, tanto che quando il giorno arrivò io mi presentai carico di aspettative, tanti erano i piccoli particolari e dettagli di cui avevo costruito quel viaggio nella mia mente. A distanza di 12 anni dico che nessuno se ne realizzò. Nessuno tranne uno, il più importante: lo feci. I did it.

In realtà forse ce n’è un altro di particolare che incontrò le mie aspettative: la mia famiglia e i miei amici a Fiumicino che mi salutano. Quello andò come avevo pensato, comprese le lacrime da parte mia e dei miei. Quello che non avevo messo in conto era ciò che venne dopo, passato il metal detector e preso lo shuttle fino al terminal di partenza e poi l’attesa prima dell’imbarco. Mi sentivo in colpa, che poi è ciò che ancora mi capita ogni volta che torno a Roma per le vacanze e riparto. Mi sentivo in colpa, ed era l’ultima cosa che avrei dovuto sentire in quel momento. Soprattutto avevo tanta paura, comprensibile. Ma la vera scossona di adrenalina pura, quella mista al terrore e all’eccitamento per la realizzazione di quello che stava veramente succedendo, accadde in un momento ben preciso, quando seduto, cintura di sicurezza allacciata, presa visione di tutte le uscite di emergenza a me più vicine come le hostess mi avevano gentilmente chiesto di fare, i motori cominciarono a rullare e l’aereo imboccò la pista di decollo. Quella, cazzo!, ancora oggi la ricordo come la scossa d’adrenalina maggiore mai avuta. E ancora oggi (chi mi conosce bene lo sa perché questa cosa l’avrò ripetuta tante di quelle volte), il rumore dei motori di un aereo equivale al rumore che fa un sogno che si realizza. Le poche persone che mi sono venute a trovare nella mia nuova casa a Londra non si capacitano come io possa vivere esattamente sulla traiettoria d’atterraggio degli aerei diretti ad Heathrow. Quando passano sopra casa mia sono talmente bassi e vicini che ormai so riconoscere quasi tutti i piloti della British Airways e dalla finestra li saluto con il pollice alto e loro rispondono. Questa cosa non mi da affatto fastidio (il rumore degli aerei, non i piloti), anzi mi piace! Mi tiene vivo, oltre che sveglio.

Il mio volo per New York era con Air France, quindi con uno scalo a Parigi. Per tanto il vero viaggio verso gli States iniziò da lì ma per me era già iniziato da tempo, piano piano. La prima tappa che ne segnò il vero inizio forse fu l’appuntamento in Questura per il rilascio del passaporto. Le tappe più difficili e ostiche furono le lunghe e interminabili giornate passate nel Panorama del centro commerciale i Granai (due ore da casa, tre autobus e due linee della metropolitana per arrivare) a sponsorizzare i computer assemblati dalla MarkUp srl. La tappa più dolce fu sicuramente il colloquio in Ambasciata americana a via Veneto e poi il ritiro del passaporto con il visto stampato sopra. La foto ovviamente era venuta malissimo, ma ne ho avuti altri due di visti successivamente quindi ho avuto modo di rifarmi. Il colloquio fu una passeggiata nonostante il mio pessimo inglese del tempo, ma ciò succedeva prima che qualcuno decidesse di fare un giro basso su Manhattan l’11 settembre, quindi i controlli e le interviste erano meno rigidi. Il volo da Parigi durò ovviamente un’eternità (ovvero 8 ore, quello che ci vuole, ma per me fu solo un’eternità). Avevo letteralmente combattuto con la tizia al check in a Fiumicino per avere un posto finestrino, cosa che avevo ottenuto. Il problema era che la timidezza (e come dicevo, il pessimo inglese) mi impedirono di chiedere ai miei vicini di posto di farmi passare per andare al bagno e quindi me la tenni per 8 lunghe ore, che la mia povera e provata vescica passò costretta dai jeans attillati a vita bassa che io avevo deciso di indossare per il viaggio. Come accennavo, non ero un viaggiatore esperto. Però lo devo ammettere, che culo che mi facevano quei jeans!

Arrivato a NYC, il primo scoglio nella mia mente era passare il controllo passaporti. Avevo letto di persone che venivano portate via e interrogate per ore e le facce serie (e scure!) dei tizi al controllo non aiutavano a rilassarmi. Ricordo che la conversazione andò più meno così:

Tizio: motivo della visita, sir?
Io: lavoro.
Tizio: che lavoro, sir?
Io: lavorerò in un albergo (No, non è vero!! Non è un albergo, è un ristorante, idiota! Ora sono fottuto)
Tizio: Che albergo, dove si trova, sir?
Io: A North Eastham (ancora oggi ho dei problemi nella pronuncia di questo nome, figurarsi all’epoca. In più pensavo: tutti i dati sono lì sulla lettera dall’ambasciata americana a Roma, che cacchio la fai lunga?)
Tizio: Thank you, sir. You may go.

Oddio, ha detto che posso andare! Io ripresi il mio passaporto, bagaglio a mano, mi girai e affissa sulla parete di fronte una scritta diceva “Welcome to New York, the city that never sleeps” (Benvenuti a New York, la città che non dorme mai). Cominciamo bene, pensai. E quando lo smaltisco il fusorario?!

Ritirata l’enorme valigia dentro la quale avevo messo di tutto, faccio per cercare l’uscita. Ma prima di proseguire, due parole vanno spese circa l’enorme valigia dentro la quale avevo messo di tutto appena citata. Perché quando dico che avevo messo di tutto, intendo davvero che ci avevo messo di tutto:

1. Radio sveglia (forma parallelepipeda, altezza circa 15 cm, con casse estraibili). Perchè portare una radio sveglia di quelle dimensioni? Semplice: l’aggeggio mostrava anche la temperatura, sia in gradi Celsius che Fahrenheit. Nella mia mente avevo quest’immagine di me che mi svegliavo la mattina e facevo una ripresa video della mia stanza (non avevo nè telecamera nè tanto meno telefonino con video camera incorporata!) mostrando l’orario e poi la temperatura esterna nelle due diverse unità di misura. Già all’epoca ero un precursore dei video-blog!

2. Vestito elegante con tanto di gilet, cravatta e scarpe associate. Andavo a lavorare in un ristorante sperduto nella campagna di Cape Cod come lavapiatti, ma immaginavo che sarei stato sicuramente invitato a qualche cena di gala da uno dei tanti amici del posto che mi sarei fatto. Numero di volte che utilizzai il vestito: 0. Numero di cene alle quali venni invitato: 0. Numero di amici americani fatti durante quel viaggio: 0 (non ho calcolato il mio datore di lavoro che morì due anni dopo e i colleghi di ristorante con i quali non mi sentii più in seguito).

3. Dizionario Garzanti inglese-italiano e italiano-inglese. Perchè non portare un dizionario da viaggio tascabile? Scusa, vuoi mettere le parole in più che ci sono su un mattone Garzanti? E se un giorno mi fosse venuto in mente di spiegare la teoria della fisica quantistica secondo la quale un fotone può essere tele-trasportato nello spazio o avessi avuto bisogno di intrattenere i miei amici americani, durante la cena di gala, in una discussione sulla filosofia ermetica, dove avrei trovato tutti quei termini?

4. Libri vari, tra i quali:
a. Altalnte sul continente americano (sapevo che durante quel viaggio non avrei visitato nessun altro dei paesi del continente americano ma, hey!, non si sa mai)
b. ‘I Draghi del Crepuscolo d’Autunno’, romanzo fantasy di 300 e passa pagine. Non era un libro che stavo leggendo in quel periodo, lo avevo già letto due volte precedentemente ma andava messo in valigia!
c. ‘L’inglese facile’. Ancora oggi rimane una delle mie bibbie.
d. Dizionario dello slang americano. Compresi subito che non ne avrei avuto bisogno, lo slang richiede un livello linguistico che  forse ancora non ho.
e. Mini guida alle costellazioni, con tanto di mappe del cielo australe e boreale. L’unica cosa mini messa in valigia.
f. Breviario e Bibbia. 12 anni fa era così e non me ne vergognio, se non per il fatto che parlaimo di due tomi da quasi 1000 pagine l’uno.
5. Album fotografici con foto varie. Da portare con me alle cene e mostrare agli amici americani probabilmente.
6. Lettore CD portatile con porta CD. L’era dell’iPod non era ancora iniziata.
7. Speaker portatili da poter collegare al lettore CD. Per ascoltare la musica mentre facevo le pulizie ballando (nei telefilm americani si fa così!)
8. Il mio inseparabile diario, e ci sta. La cosa che NON ci sta sono i dari degli anni precedenti che misi in valigia. Forse pensavo di portare anche quelli con me alle cene e intrattenere i miei ospiti con le esilaranti avventure di un adolescente romano.
9. Canzoniere con accordi (ripensandoci oggi mi chiedo perchè non decisi di portare anche la chitarra che non sapevo suonare. Non mi sarei sorpreso se l’avessi fatto.)
10. Bubi, il mio inseparabile orsacchiotto (che in realtà era un coniglio). Avevo forse intenzione di portare anche lui alle cene con gli amici?

Ritirata la valigia da 120 kg, la valigia un po’ più piccolina (mandata in stiva insieme all’altra), bagaglio a mano e zaino, fatta pipì che tenevo da 8 ore, mi incamminai verso l’uscita. A pochi metri da questa, due poliziotti che parlavano tra loro amichevolmente, mi fermano. Due poliziotti americani! Come quelli dei film! Con la 44 Magnum nella fondina (o più generalmente, pistola), lo sprai lacrimogeno e il manganello sull’altro lato. Le divise scure e il cappello dalla strana forma con le punte!! Il cappello era proprio quello, si, quello come nei film e telefilm che mi avevano portato lì!! Passata la fase dell’effetto sorpresa (data dal cappello dei due agenti e non tanto dall fatto che davanti a me c’erano due poliziotti che volevano qualcosa), mi rendo conto che uno dei due sta effettivamente cercando di parlarmi. Vuole il passaporto, che io avevo appena riposto nello zaino pensando che avessi finito per quel giorno. Metto giù i miei bagagli, apro in fretta lo zaino alla ricerca del passaporto (meglio sbrigarsi prima che mi sparino. Le fanno queste cose lì!), porgo loro il documento. Entrambi lo controllano e poi mi chiedono da dove venissi. Dall’Italia, c’è scritto sul passaporto idiota, penso io. Ma ovviamente mi guardai bene dal dirlo. Contenti con la mia risposta (che, guarda caso, coincideva con quanto scritto sul passaporto), i due agenti statunitensi mi restituiscono il documento, al che io faccio per andarmene quando uno dei due (sicuramente quello di colore, c’è sempre un poliziotto di colore nei film. Ops, dovrei dire afro-americano qui, per non rischiare di essere sparato), mi fa:

Tizio afro-americano: Your watch. Take it off.

Ora, il mio inglese era già ad un buon livello scolastico, questo non lo si può negare, ma l’uso dei verbi modali inserito in una frasa pronunciata da un tizio con forte accento niuiorchese era troppo. Decisamente. Fortunatamente il tizio fissava ancora il mio polso e io realizzo di aver sentito “watch” da qualche parte in quello che avevo detto, quindi capisco che si riferisce al mio orologio. Io, timido e timoroso, allungo la mano per farglielo vedere e lui ripete “Take it off”. Allora capisco che vuole che me lo tolga. Mi sta chiedendo una mazzetta? Mi sta chiedendo il mio orologio in cambio della mia libertà su suolo americano, del mio diritto di andare via come uomo libero?! E se non lo facessi? Mi caricheranno forse sulla loro auto nera e bianca (solo dopo appresi che le auto della polizia di NY sono tutte bianche), ammanettato come un criminale, mi porteranno in una qualche zona industriale nel New Jersey, mi toglieranno le manette solo per picchiarmi con il loro manganelli che probabilmente utilizzeranno anche per sodomizzarmi per poi finirmi con un colpo dietro la nuca e lasciare il mio corpo (con le brache calate) in un qualche canale di scolo, cibo per ratti e gabbiani?

Feci come chiedeva, mi tolsi l’orologio e glielo diedi. L’idea di essere trovato con le brache calate non mi piaceva, ho sempre avuto dei problemi con le mie nudità in pubblico. E’ un bell’orologio, mi fa il tizio. Almeno abbi la discrezione di prendertelo senza infirerie ancora di più, basta che mi lasci andare! E invece il tizio diede un’altra occhiata all’orologio e con tutta naturalezza (come se nella mia mente per lui sodomizzare un cristiano sarebbe stata cosa più naturale) me lo ridiede, aggiungendo “E’ un bell’orologio. Le auguro una buona giornata, sir”.

Era fatta! La comunità dei poliziotti afro-americani di New York City mi aveva accettato, ero libero di andare. Ero partè della società!

Così iniziò il mio viaggio americano. E proseguì con una corsa in taxi fino ai dormitori della Columbia University dove passai la prima notte (anni dopo riconobbi i giardini della Columbia nel film Spiderman e ancora oggi ho orgasmi multipli ogni volta che lo rivedo, solo per il fatto di poter dire” Io ci sono stato!!”). I dormirtori della Columbia (almeno quelli dove alloggiai io) erano quanto di più decadente possa esistere. Ma erano così deliziosamente americani! Riuscivo a respirare nell’aria odore di “Saranno Famosi”, tanto il vecchiume intorno mi ricordava quel telefilm (in realtà l’odore era solo legno marcio). Mi aspettavo che da un momento all’altro qualcuno improvvisasse un balletto nei corridoi, seguito poi da un gruppo di altre 10 persone, tutte coordinate in una perfetta coreografia. Ma ciò non successe. Quello che successe fu invece il rumore di sirene durante la notte, le sentivo arrivare da lontano lungo le interminabili avenue (o forse erano street, non ricordo), le luci al neon di un’insegna di fronte che illuminavano la stanza, la scala antincendio che passava di fronte alla finestra e che faceva così tanto West-Side Story, così americano.

La mattina riuscii a non perdermi per arrivare a Port Authority station e riuscii addirittura a comprare un biglietto per Hyannis, MA. Uno dei ricordi più belli di quel viaggio (che diventò uno dei più belli solo a settembre dell’anno dopo, non in quel momento) fu riuscire a scorgere le Torri Gemelle dal finestrino del pulman mentre questo attraversava il ponte di Brooklyin. Avevo la mia macchina fotografica ma mi dissi “No, non verrebbe bene la foto. Tanto vuoi che non torno a NY prima di ripartire per l’Italia?”

No, non ci tornai durante quel viaggio. Ricapitai lì qualche anno dopo, ma ormai era troppo tardi e quella foto non riuscii mai a scattarla.

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